Presentazione

 

Verso la fine della sua lunga vita, Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto regna sul grande impero di Roma. Le sue provincie più lontane, costantemente minacciate dai barbari, sono difese dai migliori soldati dell'esercito romano: i legionari.

Dai boschi alle pendici del Monte Kalkriese riemerge, da quel lontano passato, una terribile storia di sangue e morte: la tragedia delle Legioni perdute, inghiottite da foreste, paludi e acquitrini. Nel settembre del 9 d.C., migliaia di Legionari appartenenti alla Diciassettesima, Diciottesima e Diciannovesima Legione dell'esercito del Reno si batterono con coraggio, e tanti caddero con onore a Teutoburgo, sotto il comando di Publio Quintilio Varo, governatore della Germania Magna, oltre a un numero imprecisato di civili al seguito del corpo di spedizione.

Questa storia vuole ricordare e onorare quegli uomini valorosi, strappandoli all'oblio per consegnarli alla Storia e alla memoria degli uomini.

 

 

 

 

 

Prefazione di Daniele Castrizio

 

Pochi avvenimenti storici hanno avuto conseguenze più durature nella storia dell'Umanità. Uno di questi è certamente lo scontro tra le tribù germaniche e le Legioni guidate da Varo nella foresta di Teutoburgo. Gli accadimenti di pochi giorni, al di là della reale portata dei fatti (una battaglia? Una serie di agguati?), convinsero l'impero a non continuare la conquista e la romanizzazione del territorio oltre il fiume Reno. Tramontava così l'idea, forse accarezzata da Augusto, di riunire l'intero ecumene sotto le leggi di Roma, includendo in questo progetto non solo le sterminate tribù germaniche, ma anche i Parti e gli altri popoli dell'Oriente. Si trattava di una estensione del sogno di Alessandro Magno, che aveva dilatato i confini del mondo conosciuto dai Greci e aveva permesso di creare una cultura ibrida e contaminata da vari apporti, che è alla base della civiltà occidentale. Un solo mondo sotto un solo governo. Una globalizzazione ante litteram che forse non molti furono in grado, in quel momento storico, di capire appieno. E, di fatto, le obiezioni che il Senato di Roma aveva opposto a Giulio Cesare durante le sue campagne galliche si potevano ripetere, con ancora più convinzione, per censurare lo sforzo bellico di Augusto oltre il Reno: che senso aveva - dicevano i detrattori - conquistare torme di popoli selvaggi, per lo più con una economia quasi di sussistenza? Alessandro aveva messo le mani sui tesori di Persepoli e di Babilonia, sull'Egitto ricco di grano come nessuna terra al mondo. Alessandro aveva reso ricchi i Greci e i Macedoni. Augusto, invece, aveva combattuto per prendere terreni poveri, abitati da barbari… ma aveva avuto ragione: i Celti si erano rapidamente romanizzati, creando una vera e propria area culturale “romana” nell'Europa centro-occidentale. I Germani, simili ai Celti, avrebbero seguito i loro affini in questo processo di romanizzazione. Questo, almeno, in teoria. Arminio e Teutoburgo dimostrarono che i fieri Germani non avrebbero compiuto questo percorso; che i popoli oltre il Reno non avrebbero rinunciato ai loro Dei e alla loro cultura. Le donne celtiche costrinsero i loro mariti ad adottare le comode domus romane al posto delle loro squallide capanne; a vestire con i comodi abiti romani, eleganti e funzionali, invece dei cenci tradizionali che impacciavano i movimenti; abbracciarono le terme e il teatro, la vita comoda dei simposi e dei banchetti, le leggi razionali e giuste, il sistema produttivo e lo slancio commerciale. I Germani non lo fecero, se non in piccoli gruppi. Arminio stesso, che era stato “ostaggio” dei Romani, sarebbe stato sicuramente un ottimo testimone dei vantaggi della cultura e del modo di vivere greco-romano, ma aveva deciso di rimanere fedele alle sue tradizioni e di giocare una partita mortale contro Roma, non in nome dell'indipendenza, ma per un calcolo personale: per divenire un leader delle tribù germaniche. Identico atteggiamento lo troveremo secoli dopo nei regni “romano-barbarici”: infatti, mentre i Goti sembrarono avere apprezzato i costumi romani, i Longobardi distrussero sistematicamente arte e cultura dell'Italia, per applicare i loro modelli atavici, dando origine al medioevo.

Su Teutoburgo hanno scritto molti, forse troppi, ma soprattutto questo scontro è stato talvolta utilizzato a fini “politici” e campanilistici: infatti in alcuni momenti della storia europea, l'orgoglio nazionalistico si è appropriato di un tradimento e lo ha fatto divenire una epopea, travisando e cancellando la storia. Ma sono stati gli archeologi tedeschi, oltre che di altri Paesi, a gettare nuova luce su Teutoburgo, indicando i luoghi dei combattimenti e rinvenendo le tracce dei legionari romani che hanno dato la vita per seguire il loro dovere di soldati: monete e armi ci parlano delle ultime ore di quegli sfortunati combattenti, e a volte ci restituiscono i loro nomi.

Partendo da queste solide basi scientifiche, Joseph Garo ha tentato di dare coerenza ai resoconti scientifici degli archeologi, cercando di mostrarci una Teutoburgo inedita e, soprattutto, vista con gli occhi dei protagonisti romani, di coloro che hanno combattuto e perso. L'esito dell'esperimento dell'Autore è certamente interessante e degno di nota. Spogliata da tutti i fronzoli della retorica, la battaglia appare per quello che è: una serie di eventi inevitabili, in cui il migliore esercito del mondo antico si trovò a essere praticamente impotente di fronte a nemici che avrebbe schiacciato senza alcuna difficoltà in campo aperto. Potenza della strategia!

L'Autore mette nel romanzo tutta la sua passione e la sua competenza di stimato rievocatore delle Legioni romane: conosce le armi, le tattiche, i materiali, il modo di vivere dei legionari e ce li presenta vivi, come se fossimo con loro in quei giorni terribili e cruenti. È un modo di scrivere romanzi storici che merita tutta la nostra attenzione, soprattutto in un mondo occidentale dominato dai fantasy, che ai miei poveri sensi appaiono incomprensibili. Avendo un mare di Storia e di storie vere, come Teutoburgo, che nessuno narra più, che bisogno abbiamo noi di Terre di Mezzo, di Troni di spade e di altre invenzioni che allontanano il pubblico dalla consapevolezza delle proprie radici e delle proprie origini? Se è in atto uno scontro tra reale e fantastico, io so da che parte mi colloco, armi e bagagli: dalla stessa in cui ha posto il suo accampamento l'amico Joseph Garo.

 


 

 

 

Teutoburgo e le Legioni di Varo, tra mito e realtà

 

Gli avvenimenti narrati nei capitoli di quest'opera, ventotto, come il numero delle Legioni augustee prima di Teutoburgo, si sviluppano su un ampio arco temporale: la tragedia delle Legioni di Varo ne costituisce il suo drammatico epicentro.

Per chi tra i lettori abbia compiuto gli studi classici, della vicenda drammatica di Teutoburgo ciò che rimane maggiormente impresso nei ricordi di studente è sicuramente la famosa frase, rimasta storica, attribuita a Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto: “Varo, rendimi le mie Legioni”. Secondo diversi autori, la battaglia, che in realtà fu un'imboscata, durò per ben tre giorni, probabilmente nel mese di settembre del 9 d.C. Nel 1841 in Germania erano iniziati i lavori per realizzare nell'area della città di Detmold, sul Weser, una statua commemorativa alta oltre 52 metri, l'Hermannsdenkmal, raffigurante l'eroe che aveva liberato la Germania dal giogo di Roma, il principe cherusco Arminio, statua completata molti anni dopo e collocata precisamente sulla collina di Teutberg. I primi reperti furono costituiti da monete romane, rinvenute da parte di contadini lavoranti nelle tenute appartenenti al conte Heinrich Sigismund Von Bar, così come riportato in due pubblicazioni dal filosofo appassionato di Numismatica Zacharias Goeze, rispettivamente nel 1698 e nel 1716, e dallo studioso Justus Möser, nel 1768. Solo quest'ultimo ebbe l'intuito di ricondurre tale ritrovamento agli avvenimenti di Teutoburgo, citati lo stesso anno nella sua opera Osnabrücker Geschichte (“Storia di Osnabrück”). La teoria di Möser si basava su due motivazioni: la prima, che nessuna moneta era datata dopo l'età augustea; la seconda, che le monete ritrovate durante il lavoro nei campi erano localizzate tutte a Kalkriese. Ma Möser attribuì il luogo della battaglia di Varo (Varusschlacht) all'attuale area di Osnabrück-Voxtrup. Anche successivamente, un suo amico, Carl Gerhard Wilhelm Lodtmann, sulla stessa linea del Möser, menzionò il ritrovamento di tali monete in quel luogo nella sua opera Monumenta Osnabrugensia, pubblicata nel 1753. Quest'ultimo giustificava il ritrovamento di quelle monete con un presunto episodio di schermaglie tra cavallerie, proprio a Kalkriese; quindi, al momento, il sito della battaglia era ancora indicato a Osnabrück. Le monete sarebbero state dunque una delle chiavi per svelare il mistero del sito dove si dovette svolgere la battaglia di Teutoburgo. Una prima raffigurazione di una moneta ritrovata nella depressione di Kalkriese-Niewedde si trova sulla copertina del Beschreibung und Geschichte des Hochstifts und Fürstenthums Osnabrück mit einigen Urkunden (“Descrizione e storia della Diocesi e del Comune di Osnabrück”), scritta nel 1789 da Johann Eberhard Stüve: si trattava di un aureo ritrovato nei pressi della cittadina di Venne, riconducibile alla battaglia di Varo. Si deve però allo studioso Theodor Mommsen (1817 - 1903), dopo il ritrovamento di altre monete romane di epoca augustea, sempre nelle terre di proprietà dei conti Von Bar, la teoria che la battaglia tra le Legioni di Varo e le tribù germaniche, alle quali si erano uniti, disertando, contingenti di truppe ausiliarie delle stesse Legioni, avesse invece avuto luogo diversi chilometri più a ovest, in una depressione paludosa a nord dell'area collinare e boscosa del monte Kalkriese che costituisce l'estremità più a nord del massiccio del Wiehengebirge (le colline di Wiehen, situate tra l'attuale Nord Renania Westfalia e la Bassa Sassonia, e che si estendono come un lungo dito da Minden - Porta Westfalica, a est, fino a Osnabrück, a ovest). L'idea di Mommsen si basava sulla sua interpretazione delle parole di Tacito Saltus Teutoburgensis, intese non come “foresta (o selva) di Teutoburgo”, bensì come “varco (o passo) di Teutoburgo”, indicandone lo stretto passaggio tra la catena del Kalkriese e la grande palude (grosse moor). Mommsen, grazie all'importante lavoro di classificazione del numismatico Julius Menadier, pubblicò nel 1885 un articolo: Zur Ӧrtlichkeit der Varusschlacht (“Il luogo della battaglia di Varo”), da lui indicato nell'area di Kalkriese.

Ma la svolta decisiva avvenne nel 1987, quando giunse a Osnabrück un ufficiale britannico, il maggiore Tony Clunn, in forza al corpo sanitario dell'esercito di Sua Maestà. Appassionato di archeologia, e con il permesso del Dr. Wolfgang Schlüter, sovrintendente degli scavi archeologici, fece dei rilievi sul campo con il metal detector, partendo, dalla tenuta dei Von Bar. In particolare, il maggiore Clunn concentrò le sue ricerche in un'area semipaludosa tra i piedi del Kalkriese e l'inizio della grande palude, denominata Lutterdamm (“l'antica strada dell'esercito”), trovando oltre centosessanta denarii d'argento e alcuni frammenti in vetro, parte di un gioco (passatempo dei legionari). Negli anni successivi, fino al 1992, ulteriori reperti furono rinvenuti, tra cui altre centotrentacinque monete romane, di cui una d'oro e quarantotto d'argento; più altri ventinove oggetti, sempre riconducibili a dotazioni dell'esercito, il tutto validato dal Dr. Frank Berger del Kestner Museum di Hannover, il quale certificò tutti i reperti come appartenenti al periodo augusteo. Ma la conferma definitiva arrivò quando il maggiore Clunn rinvenne alcuni proiettili di piombo utilizzati dai frombolieri, uno speciale e importante corpo ausiliario: erano la prova inequivocabile della presenza delle Legioni in quell'area. I ritrovamenti delle successive campagne di scavo fino al 1999 portarono il numero dei reperti a quattromila, reperti che fino ai nostri giorni hanno superato il numero di seimila (comprendenti millecinquecento monete) in tutta l'area di Kalkriese, dei quali ben cinquemila tutti concentrati nel sito dell'Oberesch. Grazie a queste straordinarie scoperte è stato dunque possibile “mappare” una presumibile linea di marcia della sfortunata colonna di Varo che, proveniente molto probabilmente da Minden, aggira in direzione nordovest, a semicerchio, il monte Kalkriese, iniziando da est, a sud del villaggio di Ostercappeln, puntando verso nord in direzione di Felsen, ritenuto dal maggiore Tony Clunn il luogo in cui Varo stabilì l'ultimo campo prima del definitivo collasso del corpo di spedizione e del suo totale annientamento, continuando poi verso Schwagstorf, e quindi su Venne, e poi a nord-ovest verso la depressione di Kalkriese-Niewedde, un'area sostanzialmente pianeggiante, sottoposta negli anni Sessanta ad una riforestazione, che si frappone tra il Kalkriese a sud, e la grande palude a nord, per una distanza di un chilometro. All'epoca dello scontro narrato dagli storici, in quello stretto passo, lungo in totale circa sei chilometri, la distanza tra montagna e palude non era di un chilometro come oggi, ma di soli duecento metri. Si trattava, secondo le teorie di Tony Clunn, di un percorso obbligatorio per chi dovesse spostarsi da est a ovest. Oltre questo stretto passaggio, i reperti proseguivano biforcandosi in direzione ovest/nordovest, non lontano dal villaggio di Kalkriese, e sud-ovest, verso il villaggio di Engter. E proprio l'epicentro di questa zona è costituito dall'Oberesch, nella depressione Kalkriese-Niewedde, dove oggi sorge il Varusschlacht Museum und Park Kalkriese, dove recentemente sono ripresi i lavori di scavo da parte degli studiosi dell'Università di Osnabrück. Tra i reperti, conservati nel museo, due fermagli in bronzo componenti di una lorica hamata, l'armatura in anelli di ferro utilizzata dai legionari in epoca repubblicana e augustea, con inciso sul retro il nome del legionario Marco Aio, della prima coorte di Fabrizio (probabilmente il suo centurione). Nei pressi del villaggio di Kalkriese sono stati ritrovati frammenti pregiati in argento massiccio e pietre preziose che ornavano il fodero di un gladio, che dovette appartenere a un centurione o a un sottufficiale, o forse magari a un legionario tra i veterani della prima coorte, il “gladio di Kalkriese” (ndr). La vicenda delle sfortunate Legioni di Varo è ancora oggi avvolta dal mistero, e molti punti rimangono da chiarire: secondo la storia Arminio, brillante ufficiale di cavalleria di nobili origini (figlio di Segimero, principe cherusco), successivamente divenuto cittadino romano, avrebbe tradito Varo convincendolo a spostare le truppe verso ovest, dove sarebbe scoppiata una rivolta (nonostante la denuncia fatta per tempo dal suocero Segeste, padre di Tusnelda, andata in moglie ad Arminio contro la volontà paterna), coalizzando molte tribù germaniche in poco tempo e provocando, con ripetuti agguati lungo il percorso, la distruzione di tre intere Legioni, oltre a sei coorti di fanteria e tre di cavalleria ausiliarie, in tutto quasi ventimila uomini, come riferirebbero le fonti. Nel 9 d.C. l'area compresa tra il Rhenus (l'odierno Reno) e l'Albis (l'odierno Elba) era considerata a tutti gli effetti provincia romana, e denominata Germania Magna, ma più nella personale convinzione di Augusto, che nella realtà. Infatti, soltanto la regione del Lupia (l'odierno Lippe), affluente del Reno, era permanentemente presidiata da una Legione, la Diciannovesima, acquartierata nel forte di Aliso (l'odierna Haltern am See), mentre gli altri forti sul Lippe, Holsterhausen, Beckinghausen, Oberaden e Anreppen, non erano operativi da alcuni anni, se non magari utilizzati nel periodo estivo da contingenti di truppe ausiliarie con compiti di perlustrazione e supporto agli spostamenti di vettovaglie necessarie per le Legioni (o le coorti) impegnate nelle tradizionali campagne estive verso l'interno. Aliso distava non molte miglia romane dal Reno e dal forte di Castra Vetera (l'odierna Xanten), alla confluenza del Lippe, acquartieramento della Diciottesima Legione e quell'anno, forse in previsione della campagna estiva, anche della Diciassettesima, che potrebbe essere stata acquartierata in uno degli altri forti lungo il Reno. Una sola Legione non poteva assolutamente garantire il controllo di un'area così vasta, abitata da tribù indipendenti le une dalle altre, in un territorio selvaggio, inospitale, ma soprattutto ostile a Roma e ai suoi metodi. Publio Quintilio Varo, politico e amministratore di professione, ma non altrettanto nell'arte militare, era stato nominato solo due anni prima governatore di quella provincia, con la carica di legatus Augusti pro praetore: imparentatosi con l'imperatore in persona per avere sposato Claudia Pulchra, figlia di una sua nipote, era convinto di poter applicare ai popoli germanici gli stessi metodi violenti e repressivi adottati nel precedente incarico in Siria. La campagna estiva del 9 d.C., che poi doveva rivelarsi fatale per il corpo di spedizione romano, aveva portato Varo e le sue Legioni a stabilire un campo semipermanente lungo il Visurgis (l'odierno Weser), cioè un campo da utilizzarsi per pochi mesi e non per una notte (campo di marcia) né in via definitiva (campo permanente), in una località che attualmente viene individuata dagli archeologi nel quartiere di Barkhausen della città di Minden.

Quanti uomini Varo portò realmente con sé? Sebbene siano giunte fino a noi notizie di due Legioni, la Diciottesima e la Diciannovesima, nessun reperto è ancora stato ritrovato riguardante la terza Legione. Per molti si trattava della Diciassettesima, per la semplice ragione che dopo Teutoburgo scomparirono dalla numerazione delle Legioni proprio questi tre numeri. Gli storici, gli archeologi e tutti i più importanti autori che se ne sono occupati concordano comunque sul dato di fatto che Varo fosse convinto di attraversare territori completamente romanizzati e quindi sicuri. Che motivo avrebbe avuto, dunque, di portarsi tre Legioni al completo? L'organico di una Legione in epoca augustea consisteva di dieci coorti di fanteria legionaria, ognuna di quattrocentottanta uomini, per un totale di quattromilaottocento, i cui effettivi potevano essere soltanto cittadini romani o cittadini delle province romane, nati liberi; completavano l'organico oltre trecento tra ufficiali e sottufficiali e circa centoventi cavalieri; gli ausiliari, generalmente arruolati tra gli abitanti della provincia, erano organizzati in coorti di fanteria e di cavalleria, e solitamente avevano funzioni di esplorazione. Ammettendo che le prime due Legioni, Diciassettesima e Diciottesima, fossero partite dalle fortificazioni sul Reno, nessun generale esperto avrebbe sguarnito un forte, dovendo lasciare dunque a suo presidio un numero di effettivi che avrebbe dovuto oscillare tra mille e millecinquecento uomini, onde garantirne non solo i routinari servizi di guardia in turnazione tra le centurie e i turni di pattugliamento all'esterno del suo perimetro e a distanza, ma anche tutti i vari servizi amministrativi e logistici, e soprattutto la difendibilità del forte stesso in caso di attacco in forze. Ancor più problematico sarebbe stato sguarnire il forte di Aliso, sul Lippe, l'unico e ultimo anello di difesa dell'esercito del Reno incuneato nel territorio nemico. E non solo, Aliso era anche la sede amministrativa competente per tutta la nuova provincia della Germania Magna, che non poteva assolutamente essere sguarnita. Sulla base di questo ragionamento (dell'Autore), Varo non doveva avere con sé più di novemila o diecimila legionari, di cui alcune migliaia di ausiliari germanici, al comando di Arminio, di cui si fidava. Inoltre, come citato dalle fonti storiche, aveva lasciato dei presidi lungo il Lippe e il Weser, onde proteggere l'afflusso costante di vettovaglie dal Reno alle sue truppe; presidi con almeno un paio di coorti ciascuno. Dunque Publio Quintilio Varo, al momento dell'imboscata, poteva contare su settemila o, al massimo, ottomila legionari. Ma cosa realmente successe, e dove?

I reperti trovati a nord del Kalkriese, ed esattamente nel sito dell'Oberesch, come dimostrato dai lavori di scavo degli archeologi, evidenziano come sicuramente tutta l'area circostante fu teatro di cruenti e sanguinosi scontri, sia di fanteria che di cavalleria, conclusisi con una sconfitta dei Romani; il ritrovamento di un vallo nell'area dell'Oberesch mostra delle fortificazioni di fortuna e, ancora, un recente ritrovamento di un altro fossato nella stessa area dovrà chiarire in futuro se sia stato costruito dai Germani, dai legionari romani, o dagli ausiliari germanici passati con Arminio (dunque capaci di costruirne uno identico a quello usuale dei legionari). Quale fu realmente il ruolo di Arminio? È possibile che in pochissimo tempo sia riuscito ad organizzare una rivolta che coinvolse così tante tribù germaniche e molte truppe ausiliarie delle stesse Legioni, mettendo tutti d'accordo senza essere scoperto e senza destare perplessità negli stessi capi tribù, gelosi della loro stessa indipendenza? Cosa causò lo scontro, o gli scontri? Forse una semplice rivolta contro i metodi odiosi di Varo? Forse una reazione all'eccessivo prelievo di tasse o ad un atto di saccheggio di ausiliari contro gli abitanti di qualche villaggio? Malgrado i testi degli autori dell'epoca, molto ancora rimane oggi da scoprire. Pur numericamente inferiori, i Romani, dopo il primo attacco, si sarebbero sicuramente riorganizzati. Seppure in cinquemila o in seimila, essi costituivano, a ogni modo, un contingente temibilissimo. In campo aperto, con le legioni schierate, i guerrieri germanici - e Arminio per primo - erano ben consci che non li avrebbero potuti sconfiggere; anzi, nello scontro frontale di una battaglia campale convenzionale ben pochi di essi avrebbero avuto scampo contro le truppe di élite dell'esercito romano. A nord dell'Oberesch, di recente, sono state scoperte numerose piccole fosse, all'interno delle quali sono state ritrovate delle monete, sicuramente in dotazione ai legionari, nascoste forse prima di un imminente scontro; probabilmente, gli scontri iniziarono prima, più a est, per concludersi definitivamente oltre il Kalkriese, più a nord e più ad ovest. Si spera che un giorno gli archeologi trovino qualcosa di più consistente. Ma Varo perse dunque così tanti uomini? Fu Arminio capace realmente di prevedere alla perfezione il percorso della colonna di Varo dopo i primi attacchi e di creare un così grande e complesso inganno in pochi giorni, o piuttosto entrambi i personaggi furono mitizzati, l'uno al positivo e l'altro al negativo, dai rispettivi popoli?

Arminio infatti non diventò l'unificatore dei popoli germanici, come invece sostenuto molto tempo dopo a scopo di propaganda, perché fu ucciso dai suoi stessi uomini alcuni anni dopo Teutoburgo; e Varo costituì un comodo alibi per l'imperatore che doveva giustificare una sconfitta politicamente molto scomoda e pericolosa per l'impero stesso. Ma, a mio giudizio, la necessità di una rivisitazione storica di quella vicenda dovrebbe nascere proprio da ciò che accadde negli anni successivi, considerato che nulla o quasi cambiò nella geopolitica di quell'area dell'impero. La vittoria di Arminio (o presunta tale) non permise ai Germani di unirsi in modo definitivo e di invadere il “mondo romano” attraversando il Reno. Infatti due Legioni, la Prima Germanica e la Quinta Alaudae, fatte affluire in tutta fretta da sud da Mogontiacum (l'odierna Mainz) al comando del legato Lucio Nonio Asprenate, scongiurarono quel pericolo. La sconfitta di Varo, qualunque ne siano state le effettive proporzioni, non determinò una modifica del confine che rimase sul Reno, né un ridimensionamento dell'influenza romana antecedente a Teutoburgo. A distanza di dieci anni da quell'evento, tutti i protagonisti principali erano morti: Varo, Arminio, Augusto e Germanico (quest'ultimo in circostanze poco chiare), il quale ne aveva vendicato la sconfitta, recuperando due delle tre aquile nel 15 e 16 d.C.; la terza fu ritrovata molti anni dopo, nel 41 d.C.

Tiberio, succeduto ad Augusto, decise che Roma non si sarebbe più impegnata nel tentativo di sottomissione e controllo di quei territori al di là del Reno, che furono teatro di quella tragedia. Perché?

Molto presumibilmente per due motivi: il primo, in relazione al luogo, selvaggio e inospitale, ma soprattutto poco redditizio per Roma, a esclusione della ricca quantità di legname disponibile; il secondo, molto più probabile, in rapporto a equilibri di potere. Sebbene infatti Roma avesse la capacità di arruolare nuove e più numerose Legioni da spedirvi, porre così tanti soldati di professione come i legionari nelle mani di un solo uomo (Germanico, designato come successore alla guida dell'impero) poteva costituire un potenziale pericolo per Tiberio e per Roma stessa. Alla fine di tutto, nulla cambiò rispetto al confine originario, passante per il Reno e, più a sud, per il Danubius (l'odierno Danubio). Ciò che rimase fu l'eco di una sconfitta romana celebrata dalle tribù germaniche; ma sicuramente ancor più il fatto che molti valorosi legionari non fecero più ritorno ad Aliso e Castra Vetera, caduti valorosamente per Roma e l'imperatore. Camminando attraverso i boschi della regione, nei dintorni delle cittadine di Venne, Felsen, Kalkriese, ma anche lungo la “Römer Lippe Route” che tocca in particolare Haltern Am See, Lunen e Bergkamen (dove si trova il forte di Oberaden), non si può non rimanere affascinati dalla bellezza dei luoghi: boschi più o meno fitti che si alternano a campi coltivati ed enormi distese di erba, quasi tutta ben curata; l'ideale per delle vacanze rilassanti.

Dal primo evento di rievocazione al quale ho partecipato, il bimillenario del 2009, ogni volta che mi sono trovato a passeggiare nella spianata dell'Oberesch il mio pensiero è sempre andato a quegli uomini che proprio da lì passarono oltre duemila anni fa, combattendo e cadendo, imboscata dopo imboscata, trascinandosi quando possibile i feriti più leggeri, e dovendo lasciare al proprio destino quelli più gravi, che sarebbero morti durante la notte per il dissanguamento e per l'escursione termica, nel fango e sotto la pioggia, in una lenta e drammatica agonia. Non è certamente nelle mie possibilità stabilire cosa sia realmente accaduto, compito che hanno, al contrario, gli archeologi, i soli esperti e competenti in materia. Certamente, il mio pensiero va al legionario Marco Aio che, agli ordini del suo centurione Fabrizio, da quel prato passò con la sua coorte, la prima, l'élite della Legione che comprendeva i soldati migliori e più esperti. Nel punto del ritrovamento di quei fermagli che mantenevano chiusa sul davanti la sua armatura, gli archeologi hanno apposto una piccola lapide commemorativa in ferro. Cosa accadde a Marco Aio? Fu ucciso e spogliato della sua armatura o perse quei pezzi durante una colluttazione, uscendone ancora vivo e riparando nella grande palude? Gettò via l'armatura per arrendersi o per scappare, o invece il suo corpo giacque inerme in quel prato rosso di sangue, esposto alle intemperie e senza ricevere un onorevole funerale da legionario?

Non lo sapremo mai, anche se romanticamente preferisco immaginarmelo dietro il suo scudo intento a coprirsi dai fendenti delle spade e dagli affondi delle lance dei Germani soverchianti per numero. Molto verosimilmente fu uno delle migliaia di legionari che si batterono e caddero con onore in quei prati che oggi calpestiamo in tutta tranquillità, senza fare più ritorno da quell'inferno, in obbedienza al giuramento di fedeltà prestato all'imperatore e alla sua Legione. La bellezza dei luoghi difficilmente può far immaginare quanto di drammatico e sanguinario sia accaduto in quei giorni di settembre del 9 d.C.

I due protagonisti principali, Varo e Arminio, perirono in circostanze diverse: il primo, suicida a Teutoburgo, nell'ultimo dei campi di fortuna allestiti in tutta fretta nei giorni degli scontri (così riportano le fonti); il secondo, alcuni anni dopo, per mano di esponenti della sua tribù durante una riunione (circostanza ugualmente riportata dalle fonti). Si potrebbe affermare che le strade di questi due uomini si siano incrociate per andare incontro ad un quasi identico e addirittura beffardo destino: entrambi caddero vittime della loro scarsa comprensione della realtà germanica di quell'epoca. Entrambi, per motivi diversi, intendevano assoggettare quei popoli: Varo, in qualità di invasore; Arminio, come aspirante unificatore di una nazione che ancora non esisteva. I loro progetti si frantumarono fatalmente contro lo spirito di indipendenza delle tribù germaniche.

 

 

 

 

 

  • siach.jpg